Vogliamo Ricevere in Tutte le Chiese la Santa Eucaristia in ginocchio e in bocca

Sulla ricezione della Comunione sulla mano Per comprendere l’importanza della modalità con cui ricevere la Santa Comunione, occorre partire da una breve riflessione sul significato della messa, durante la quale il pane e il vino divengono il Corpo e il Sangue di Cristo.

Il documento del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium afferma due cose centrali: messa come sacrificio e Presenza reale.

Per giunta, la formulazione del Catechismo della Chiesa cattolica, sotto la regia di Ratzinger, ha ribadito tali connotazioni cattoliche a riguardo dell’Eucaristia.

E proprio il pontefice che concluse il Concilio, Paolo VI,  si sentì spinto persino a pubblicare un’Enciclica nella quale ribadì sia il carattere sacrificale della messa sia la legittima validità dell’adorazione dell’Eucaristia da parte dei fedeli fuori dalla messa.

Nel frattempo alle Conferenze nazionali veniva data facoltà di indulto per ricevere l’Eucaristia nelle mani,le balaustre e gli inginocchiatoi venivano eliminati, i tabernacoli venivano decentrati, nonostante il Catechismo (ancora nel 1992) ribadiva che il tabernacolo fosse situato “in un luogo particolarmente degno della chiesa, costruito in modo da evidenziare e manifestare la verità della presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento”(n.1379).

Circa la questione relativa alla ricezione eucaristica, bisogna anzitutto ricordare che nei documenti conciliari – anche in presenza di affermazioni avanzate a riguardo delle più significative novità proposte nella liturgia – mai si parla della comunione in mano.

Eppure si fa passare per tema conciliare quanto il Concilio non si è preoccupato di trattare.

In realtà la ricezione della Santa Eucaristia in mano rimane solo un indulto della Sede Apostolica. Quandoi vescovi italiani (con soli due voti in più) approvarono la comunione nelle mani, vi fu chi, come il Presidente della Conferenza Episcopale, evidentemente contrario e preoccupato, fece inserire la raccomandazione a tutti, in particolare ai bambini e agli adolescenti, della pulizia delle mani.Invece di impedire l’abuso, ci si preoccupava di arginare già in partenza l’ovvia profanazione.

Proprio questa generazione di fanciulli cattolici anni ’80-‘90 è quella che (a parte la controtendenza dei gruppi di preghiera legati alla Tradizione o alle apparizioni di Medjugorje) registra una certa disinvoltura a riguardo del culto eucaristico e dell’adorazione, non avendo la percezione di Chi si riceve.

Il documento in questione - Istruzione Sulla comunione eucaristica - è quello del maggio 1989, seguito dal decreto della Conferenza Episcopale Italiana che la contiene, datato 19 luglio 1989 ed entrato in vigore il 3 dicembre dello stesso anno, prima domenica di Avvento.

Il testo dell'Istruzione sulla Comunione eucaristica circa la modalità di questo ulteriore modo di ricevere l'ostia consacrata spiega: “particolarmente appropriato appare oggi l'uso di accedere processionalmente all'altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l'Amen la fede nella presenza sacramentale di Cristo”. 

Dunque, dicevamo che si tratta di un indulto. Attraverso l'Istruzione Memoriale Domini promulgata dalla S. Congregazione per il culto Divino il 29 maggio 1969, la Santa Sede ha lasciato alle singole Conferenze Episcopali la possibilità di richiedere la facoltà di introdurre l'uso di ricevere la Comunione sulla mano.

Possibilità non obbligo!

Eppure non è una questione irrilevante, perché riguarda nientemeno che la Presenza reale di Gesù.

Non è un retaggio, dunque, dei tradizionalisti, bensì è l’affare centrale di tutta la Chiesa che, prima ancora che preoccuparsi dell’ambiente e dell’ecologia, o della questione immigratoria, dovrebbe custodire e proteggere il Signore eucaristico con quell’amore e quella fedeltà che ebbe san Giuseppe nel proteggere Gesù Bambino.

Nell’Eucaristia, infatti, per amore delle anime, Gesù si rende vulnerabile come quando era un piccolo infante, raggiunto dall’odio omicida di Erode.

Questo aspetto è stato configurato da mons. Schneider come iusChristi, cioè il diritto di Cristo. Ancora di recente, commentando questa intuizione di Schneider, il Card.

Burke, grato di tale intuito, affermava: “ricordandoci l'umiltà totale dell'amore di Cristo che si dona a noi nella piccola Ostia, fragile per natura, Mons. Schneider richiama la nostra attenzione sul grave obbligo di proteggere ed adorare Nostro Signore. Infatti, nella santa Comunione, Egli, a motivo del Suo amore incessante e incommensurabile per l'uomo, si fa il più piccolo, il più debole, il più delicato fra noi. Gli occhi della Fede riconoscono la Presenza Reale nei frammenti, anche nei più piccoli, della santa Ostia, e ci conducono, così, all'Adorazione amorosa”.

Come insegnava san Tommaso d’Aquino, Gesù è realmente presente tanto nell’intero quanto nel minimo frammento del pane consacrato.

Il grande teologo domenicano affermava che l’Eucaristia è sacra e perciò può essere toccata solo dalle mani consacrate; perciò egli faceva riferimento all’uso di ricevere la Comunione solo sulla lingua, tanto che la distribuzione del Corpo del Signore apparteneva al solo sacerdote ordinato.

Ciò per diversi motivi, tra i quali l’Angelico cita anche il rispetto verso il sacramento, che “non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili” .

Un esperimento condotto negli Stati Uniti, ha dimostrato che, ponendo la comunione in mano, diversi frammenti, difficilmente scorgibili ad occhio nudo, rimangono prima impressi nella palma della mano, quindi cascano a terra. Inoltre, accanto al rischio di profanazione continua, si presenta anche il problema delle “messe nere” e dei circoli satanisti che, quasi meravigliati di questa consuetudine, possono più facilmente prelevare l’ostia e condurla via. Di recente, diverse isolate ma significative voci si sono alzate, nella Chiesa, per indurre a riflettere sui danni e i rischi della comunione nelle mani. In particolare merita una menzione il lavoro pluriennale del già citato mons. Schneider, Vescovo Ausiliare di Astana che, in alcuni opuscoli tradotti in varie lingue, con coraggio ha denunciato i grandi rischi della comunione in mano.

Così anche Benedetto XVI, per quanto si sia espresso a favore dei due usi (in ginocchio e in mano) ha tuttavia voluto dare risalto all’uso di riceverla in ginocchio nelle celebrazioni pontificie. Ancora di recente, il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino (dunque il numero uno della liturgia cattolica!) a Milano è tornato sul tema con parole inequivocabili a riguardo dei rischi della comunione in mano.

In Italia merita una menzione don Giorgio Maffei che si è battuto a lungo per questo tema.

Diversi gli appelli, caduti nel vuoto, che egli con autentico afflato sacerdotale, rivolgeva ai confratelli, quando per esempio, in uno dei suoi diversi contributi sul tema, scriveva: “con l'uso della Comunione sulla mano, i frammenti rimangono sulla mano del fedele, che di solito non ci guarda nemmeno, non ci bada o non se ne accorge, finendo poi per terra dove vengono calpestati, spazzati via, profanati. Ciò è ben noto.

I sacerdoti tutti lo sanno molto bene, perché come si è detto, ne hanno quotidiana esperienza.

Anche i sacerdoti giovani, che vengono istruiti a dare la Comunione sulla mano e non fanno uso del piattello, conoscono ugualmente questo particolare delle Ostie di perdere i frammenti, talora anche senza essere toccate.

I fedeli hanno di ciò minore esperienza e sono meno colpevoli dei sacerdoti”. 

Il noto sacerdote tradizionalista aveva anche auspicato almeno il ripristino del piattello, argomento per il quale subirà umiliazioni e offese come di un prete fuori dai tempi e dai veri problemi.

Eppure don Maffei riteneva che l’uso del piattello potesse ridurre notevolmente il rischio concreto della caduta di frammenti durante la comunione. In qualche occasione, non senza ragione, il prete bolognese paventava persino il rischio della scomunica per quanti permettevano la profanazione dei frammenti con l’uso della comunione nelle mani perché, diceva, il peccato commesso contro Dio e il suo Cristo è foriero di scomunica, e quale peccato più grave vi può essere che quello di oltraggiare le specie eucaristiche?

Tra i mistici, ricordiamo la testimonianza dell’austriaca Maria Simma, che aveva un rapporto esclusivo con le anime del Purgatorio, la quale ebbe rivelato che tutti i Pastori della Chiesa che avevano approvato la Comunione in mano, se fossero morti in grazia di Dio, sarebbero comunque rimasti in Purgatorio fino al giorno in cui la Chiesa non avesse tolto tale indulto.

Si può pensare allora che questa novità, non proveniente dal Concilio, almeno non direttamente, trovi la sua origine nella regia che, infiltratasi nei ranghi di riguardo delle Conferenze episcopali nazionali, soprattutto nordeuropee, si è imposta. Intanto, veniva presa a prestito la ragione di un ritorno alle origini della fede, che nascondeva però il bisogno di delegittimare la controriforma tridentina. Proverò a spiegarmi meglio.

Tutti  i circoli che hanno richiesto la comunione nelle mani erano schierati in modo radicale nel progressismo teologico, di matrice modernista.

In realtà, lo slogan di un auspicato ritorno alle fonti patristiche (per quanto suggestivo e meritorio), da quelle parti voleva dire il discredito della grande stagione del Concilio di Trento.

E questo perché? Perché il discredito del grande spirito tridentino consentiva la riabilitazione di Lutero. Questa è una considerazione del teologo Ratzinger all’indomani del Concilio.

E, dunque, in ogni caso, la riforma liturgica si orientava unilateralmente, in direzione della stagione patristica, ma come rifiuto latente della stagione tridentina.

Come a dire che i primi cinque secoli sì, sono normativi, il resto non ci riguarda.

Questa netta e inesistente contrapposizione, per quanto latente, accompagnava purtroppo la riforma liturgica manomessa dai modernisti.

Si faceva valere la prassi in uso nei primi secoli del cristianesimo, attestata abbondantemente nei Padri, quella cioè di ricevere l’Eucaristia nelle mani.

Nelle prime comunità cristiane era normale ricevere il corpo di Cristo direttamente sulle mani; al riguardo vi sono numerose testimonianze, sia nell'area orientale, sia in quella occidentale: molti Padri della Chiesa (Tertulliano, Cipriano, Cirillo di Gerusalemme, Basilio, Teodoro di Mopsuestia), diversi canoni giuridici sanciti durante sinodi e concili (il Sinodo di Costantinopoli del 629; i Sinodi delle Gallie tra VI e VII secolo; il Concilio di Auxerre avvenuto tra il 561 e il 605), fino alle testimonianze dell'VIII secolo di sanBeda il Venerabile e sanGiovanni Damasceno: tutti attestano la medesima diffusa tradizione.

E ciò era senz’altro utile riconoscerlo.

Ma a questo punto ci si domandava che fine facesse invece, in termini di legittimazione teologica e liturgica, il passo ulteriore compiuto dalla fede ecclesiale.

Quando nel medioevo alcune correnti teologiche misero in discussione la modalità della presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento - arrivando alcuni a definirlo come un segno vuoto che richiama solo lontanamente la realtà sostanziale del Signore presente in mezzo a noi - la reazione della comunità ecclesiale fu di sottolineare maggiormente la venerazione e l'adorazione per le Specie Eucaristiche fino ad introdurre il nuovo rito di ricevere la Comunione direttamente sulla bocca ed in ginocchio proprio per sottolinearne la grandezza della presenza reale del corpo di Cristo.

Se non si interverrà adeguatamente c’è il rischio concreto che l’Eucaristia venga del tutto profanata.  

 

 

                                                                Don Alessandro Maria Minutella

 


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